aprile 27, 2018 10:03 am

Come diventare partner di sé stessi?

L’accettazione di sè stessi può aiutarti a vivere in linea con i tuoi valori.

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Di solito la parola partner la utilizziamo per parlare di un’altra persona con cui abbiamo un qualche legame di tipo:

 

  • Lavorativo
  • Romantico
  • Amicale
  • Sportivo

 

Spesso, infatti, sentiamo termini come “partner d’affari”, “partner sentimentale”, etc.

Meno, invece, diciamo “partner di sé stessi”. Ma dovremmo iniziare a farlo? Decisamente sì.

È possibile essere partner di sé stessi? Cosa vorrebbe dire, una cosa del genere?

Viviamo in un mondo libero, quindi possiamo dare al termine “partner di sé stessi” il significato che preferiamo: possiamo intenderlo come un gioco di parole, una cosa illogica o la solita fuffa psicologicosa.

Oppure possiamo decidere noi che significato dare a queste parole e tenere saldo il timone della nostra vita.

Magari un significato utile, arricchente, che sia di guida e di aiuto nelle nostre gioie e difficoltà lavorative.

Quindi, che significato vorresti dargli? Me lo scrivi nei commenti? Si, dai. Scrivilo nei commenti!

Per ringraziarti ti anticipo cosa intendo per essere “partner di sé stessi”.

 A mio avviso, esser partner di sé stessi, significa innanzitutto una cosa: essere consapevoli di esistere. E questa cosa accade sempre: raramente non siamo consapevoli di esistere, pure quando dormiamo, quando sogniamo, abbiamo comunque una qualche percezione di noi. Essendo, quindi, continuamente consapevoli di noi stessi in quanto esseri umani, possiamo continuamente valutare le nostre azioni, i nostri pensieri, i nostri sbagli e i nostri successi. E sono convinto che tu hai esperienza diretta di questo fenomeno: quante volte hai gioito per i tuoi successi, quante volte hai sofferto per i tuoi fallimenti, quante volte i tuoi risultati non sono stati abbastanza e ti sei infuriato con te stesso? Presumo infinite.

Ecco. Essere partner di sé stessi vuol dire prendere questa capacità auto valutativa e utilizzarla al fine del nostro bene. Ovvero:

 

  • Gioire quando c’è da gioire
  • Soffrire e consolarci quando c’è da soffrire e consolarci
  • Motivarci quando non dobbiamo arrenderci
  • Comprenderci quando siamo costretti a fermarci

 

Tifare per noi stessi, ad esempio, vuol dire essere partner di noi stessi.

Facile? Sulla carta si. Ma in pratica? Per molti accade l’esatto contrario:

 

  • Si rimane insoddisfatti quando c’è da gioire
  • Ci si dispera quando c’è da soffrire e consolarci
  • Ci si arrende quando non dobbiamo arrendere
  • Attaccarci quando siamo costretti a fermarci.

 

Perché la mente umana è una macchina perfetta, ma solo se ben… settata.

Altrimenti è nitroglicerina. E può far accadere le cose peggiori.

Se leggendo fino a ora, ti senti di essere nel primo gruppo di queste persone: complimenti! Sei già partner di te stesso e questo articolo può esserti un comodo ripasso sull’importanza di agire così.

Se invece ti senti di essere nel secondo gruppo di queste persone: caspita, ti capisco. So cosa vuol dire. E devi continuare attentamente a leggere queste parole, perché so come uscirne.

Perché vedi, quella parte di noi che non fa altro che attaccarci, demolirci, umiliarci. Quella parte che “è più forte di noi”, che è difficile da controllare, e quindi impossibile da bloccare, anche se cosi dolorosa, in fondo, ci vuole bene.

Ci vuole bene e cerca il meglio per noi.

Solo che lo cerca nel modo sbagliato: lo cerca nelle accuse, nelle colpe, nella rabbia. Lo cerca nella paura, nell’invidia, nell’insicurezza.

Vuole il tuo bene, ma lo fa con gli strumenti che ha imparato nella vita. Strumenti magari utili un tempo, ma che se usati indistintamente, fanno solo danni.

Quindi va aiutata a cercare il meglio per noi altrove. Fuori dal dolore e dalla paura e nella gioia e nella comprensione.

Come? Facendoglielo ricordare. Che mica se lo ricorda, eh.

Glielo fai ricordare ponendogli una semplice domanda:

“Parte di me che mi fai così star male, cosa vuoi ottenere, agendo in questo modo? A cosa miri? Cosa pensi di farmi imparare, facendo così?”

E più gli porremo questa domanda, più questa parte capirà che quello che vuole ottenere non è quello che ottiene! E quando capirà chele sue azioni non gli hanno mai fatto ottenuto quello che voleva ottenere, gli potremo chiedere noi cosa dirci di fare.

E sarà ben felice di ascoltarci e di modificare i suoi comportamenti.

Perché un partner di noi stessi, è come un partner di vita o di lavoro: sono le sue azioni, che ce lo faranno sentire al nostro fianco, non le nostre parole. Ed è solo con le domande giuste, che lo aiuteremo ad aiutarci.

 

Antonio Amatulli

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Questo articolo è stato scritto da Antonio Amatulli

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